Novembre 24, 2020

I mondiali in casa…nostra.

I mondiali hanno sempre scandito le estati della nostra giovinezza, ma quello del ’90, quello delle notti magiche, quello che abbiamo vissuto in casa, quello un po’ di più.

C’è un posto nascosto in un angolo di Gonnos, che non tutti conoscono. Alcuni sicuramente ci hanno giocato qualche volta quando gli oratori hanno cominciato a non restare più aperti tutto l’anno come succedeva un tempo e per chi ha sempre avuto la passione per il pallone, trovare uno spazio dove giocare al di fuori dei campetti delle chiese non era di certo semplice. C’è un fazzoletto di terra protetto da una scarpata e da un grosso muro di confine dove per anni ha campeggiato una scritta bianca fatta con la bomboletta spray “Santa Severa Stadium”.

Se andate a cercare su google maps o sulle planimetrie catastali dell’ufficio tecnico del comune, di certo non troverete nulla sotto questo nome, ma chi lo aveva ribattezzato in quel modo, ne aveva preso possesso a tutti gli effetti quasi per usucapione tanti erano i pomeriggi passati su quella terra.

Anche chi ci ha giocato fino ai primi anni del 2000 forse non sa che quel campo nacque nell’estate dl 1990, proprio a ridosso dell’inizio dei mondiali in Italia. Erano i giorni della fine della scuola e dell’inizio delle vacanze estive, proprio quei giorni in cui rientravi a casa e buttavi per l’ultima volta lo zaino in un angolo della tua stanza per lasciarlo fermo in quella posizione per i tre mesi successivi, quei giorni dove respiravi a pieni polmoni la libertà e per le vie del paese, la mattina, ti accorgevi che c’era una vita che durante il resto dell’anno non avevi mai preso in considerazione stando seduto dietro il banco nella tua aula fino alle 13:30 e non vedendo altro, e nei pomeriggi afosi col suono delle cicale tra il biondo della vegetazione asciutta di inizio giugno, salivi in sella alla tua bici e cominciavi a vivere.

Ed era proprio in uno di quei pomeriggi prima dell’inizio dell’avventura di Italia ’90 che un gruppo di amici riuscì a recuperare qualche trave di legno, a mettere insieme due porte e a piantarle agli estremi di quel quadrato di terra circondato da rovi trasformandolo nel Santa Severa Stadium (in origine “Garzia stadium”, ma questo nome è meno noto, tramandato da pochi intimi e per questioni di riservatezza non documentabile in questa sede :-)).

Era una delle estati più attese, dove tutto profumava di calcio: la Ferrero quell’anno si inventò “Vinci Campione” un concorso a punti dove in tutte le merendine trovavi la scheda raccolta e i bollini per vincere le maglie delle nazionali che partecipavano a quel mondiale. E in quegli anni di merendine ne mangiavamo eccome e per le vie del paese era pieno di ragazzini con la maglia dell’Italia di Vialli, della Germania di Matthäus, dell’Olanda di Gullit e Van Basten o della Russia di Zavarov che sul petto aveva ancora la scritta CCCP a caratteri cubitali.

E con quelle magliette e quel campetto improvvisato nasceva un altro mondiale, parallelo a quello vero: potevi arrivare alle quattro del pomeriggio senza preavviso, senza uno straccio di sms sul cellulare che sarebbe comparso solo 10 anni dopo, senza le scarpe da calcio ma solo con le infradito, qualcuno con cui giocare lo avresti trovato di certo, tutti i pomeriggi di quell’estate, anche se faceva un caldo assurdo, anche se la polvere del campo ti entrava nelle narici e ti annebbiava la vista, anche se intanto in tv le altre nazionali giocavano il mondiale, quello vero, quello dei campioni.

C’era solo un momento sacro, dove per niente al mondo ti saresti staccato dal piccolo schermo, dove avresti mollato tutto per essere puntuale all’appuntamento della partita della nostra nazionale. E la nostra Italia quell’anno giocava davvero il calcio più bello, Baggio era solo un pischellino ma con la palla faceva impazzire mezzo mondo, Baresi e Maldini comandavano una difesa tra le più forti di tutti i tempi, Ancelotti e Donadoni non erano ancora allenatori ma guidavano il centrocampo, davanti le giocate di Vialli e del principe Giannini e tutti impazzivamo per i gol di Schillaci.

La sera della semifinale con l’Argentina decidemmo di guardarla tutti insieme proprio lì, a due passi dal nostro amato campetto. Quel giorno uscimmo tutti per trovarci in quel giardino. Ricordo il PK della piaggio verde metallizzato su cui Antonio aveva appiccicato il poster della nazionale strappato dalle pagine del Guerin Sportivo, il SI rosso fuoco di Ottaviano pronto a partire col tricolore legato dietro, Antonello con la maglia azzurra vinta con le centinaia di Fiesta mangiate prima di quell’estate che tanto, magro com’era, le avrebbe smaltite con due di quei pomeriggi di corse con la palla sotto il sole. Dal 28 pollici MIVAR sopra la finestra di casa di Massimo le immagini dallo stadio di Napoli, l’inno nazionale e il gol di Schillaci al primo tempo che ci proiettava dritti dritti alla finale di Roma tutti pronti a festeggiare per le vie del paese.

E poi in un attimo, quel traversone dalla sinistra, Maradona che osserva la scena ad occhi spalancati, la testa bionda di Caniggia sfiora l’Adidas Etrusco che si infila in rete alle spalle di Zenga, il cuore degli Italiani che si ferma di colpo, l’errore di Donadoni dal dischetto, poi quello di Serena.

Ognuno di noi era risalito mestamente in sella al suo mezzo per tornare a casa, senza dire una parola, in sottofondo la voce di Pizzul che diceva che l’Argentina era in finale, le sgommate nervose sulla ghiaia e il poster degli azzurri strappato a bordo strada: eravamo usciti tutti per festeggiare una vittoria già annunciata, tornammo a casa con la coda tra le gambe per un’uscita a vuoto di Zenga.

Servì qualche giorno per riprendersi dalla batosta, ma qualche pomeriggio dopo eravamo ancora lì, tra la polvere del campetto e le maglie di vinci campione a rincorrere il nostro amato pallone, perché il mondiale, quello vero lo avevamo perso, ma i mondiali, quelli della nostra fantasia in quell’angolo di paese di un estate italiana di trent’anni fa, non avevano mai fine.