Luglio 4, 2020

C’era una volta “sa festa”

Madonna della Salute in via Porru Bonelli

La festa del paese è qualcosa che ti porti dentro fin da bambino, qualcosa che ti accompagna negli anni e scandisce il ritmo del tempo, qualcosa che se non c’è ti manca.

Il nostro corpo è una vera e propria macchina del tempo che si attiva senza preavviso alimentata dai sensi: un sapore particolare, una canzone che ti ritorna in mente o un suono tipico come quello delle campane, un odore che magari avevi dimenticato e che ti solletica all’improvviso le narici e in un attimo ti ritrovi catapultato in un tempo indefinito, un tempo che hai vissuto e che è rimasto in un angolo del tuo profondo e che torna carico di nostalgia.

Quando ero piccolo, ogni tanto, durante l’anno, aleggiava per casa un forte odore di lucido per scarpe, un odore pungente misto a quello del cuoio e accompagnato dal rumore della spazzola con cui mio padre sfregava le scarpe per riportarle a nuovo, un odore inconfondibile che mi ricordava in un attimo che era arrivata la festa. Succedeva 3 o 4 volte all’anno, per Natale, per Pasqua, per qualche cerimonia di famiglia, e in particolare la domenica della festa della Madonna della Salute.

Oltre a quello del lucido, la festa arrivava carica dei mille profumi di maggio, dei petali di rosa gettati per strada che si mischiavano a quello selvatico del mirto (sa muta) che verdeggiava sugli archi che decoravano via Porru Bonelli e a quello dei cavalli che accompagnavano la statua della Madonna in processione. Sui carri trainati da buoi o trattori, i colori sgargianti dei tipici costumi della nostra terra. Bambini e adulti in costume folk sulle biciclette, sulle vespe Piaggio o sui motocarri che per un giorno all’anno si trasformavano addobbati di mille fiori colorati e del verde che ognuno trovava nel giardino di casa sua.

C’era anche un concorso a premi per l’addobbo più bello e spesso erano i bambini ad essere premiati per primi ,tutti sudati dopo la lunga passeggiata per le vie del paese avvolti nei neri panni spessi del gilet, del cappello e delle ghette del costume non certo adatti al primo caldo sole di inizio estate.

E il tutto era accompagnato dal suono della banda musicale, da quello delle campane a festa e dal continuo scoppiettare dei fuochi d’artificio; tutto era un ritrovarsi tra le vie del paese per una passeggiata tra le bancarelle a godersi la compagnia degli amici e l’immancabile concerto della serata; una volta venne Papa Winnie a suonare in piazza, un’altra Fausto Leali e pure i Dik Dik, nomi che per molti forse oggi non significano nulla ma che allora arricchivano il programma e ricordarli rende tutto molto più vintage.

C’erano tanti odori, tanti sapori e tanti suoni particolari in quella festa, una festa che quest’anno, con l’emergenza COVID abbiamo tutti dimenticato. Questa domenica passerà come tante altre, senza palloncini, senza fuochi d’artificio e senza archi di muta, senza nemmeno che la manifestazione sia stata annullata ufficialmente, come un soffio di vento porta con sé il profumo di un passato che non c’è più e per un attimo te lo fa ricordare, come il rumore degli zoccoli dei cavalli sull’asfalto che piano piano si allontana fino a scomparire, come il fumo degli ultimi due fuochi d’artificio che chiudono la serata e che piano piano si dissolvono nel cielo, come una festa a cui in tanti siamo legati ma che quest’anno più di altri, abbiamo infilato nel cassetto dei ricordi.

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