Novembre 24, 2020

Gonnos ai tempi del Coronavirus – Ultimo capitolo

Gonnosfanadiga – Sardegna – Italia – zona rossa COVID – 19
lunedì 18 maggio dell’anno duemilaventi
quindicesimo giorno della FASE 2

Sono passati settanta giorni da quando è iniziato questo diario. Ricordo ancora la sera che ho cominciato a scriverlo, ero uscito per le strade del paese dopo cena a portare il cane a passeggio e tutto mi sembrava strano: le vie deserte, i bar chiusi, poche macchine parcheggiate e la strana sensazione di essere in giro come un fuorilegge nonostante le regole permettessero la passeggiata a portare in giro i propri animali domestici. La prima foto che ho scattato quella sera immortalava una via Porru Bonelli completamente deserta e sul primo capitolo del diario ho scritto che pareva appena uscita da un film di Danny Boyle, uno di quei film dove da ogni angolo sembra debba uscire all’improvviso uno Zombie. Era solo l’inizio.

Da quel giorno tante domande, tanti dubbi sul futuro incerto, prima si doveva uscire ai primi di Aprile, poi dopo Pasqua, poi chissà… abbiamo cominciato a mettere il naso fuori casa solo quindici giorni fa, siamo stati chiudi per quasi sessanta giorni: tutto quello che all’inizio dell’emergenza sembrava strano si è trasformato in normalità col passare del tempo, stare in casa, mettere la mascherina per uscire, stare a distanza; e tutto quello che era normale prima dell’emergenza sì è trasformato piano piano in una chimera irraggiungibile: uscire a passeggiare, prendere un caffè al bar, incontrarsi con gli amici.

Da quell’inizio, di acqua sotto i ponti ne è passata e il nostro Rio Piras, da pieno e scrosciante che era a Febbraio, ora è diventato un letto disfatto, pieno di ciottoli bianchi, rigogliosa vegetazione e quell’odore salmastro che ci accompagna ogni volta che ci avviciniamo alle sue rive. In ogni pagina di questo diario abbiamo contato chi se n’è andato, chi è rimasto e non si è fatto contagiare, chi si è fatto contagiare ma è guarito, chi ha vissuto nella paura, chi ha pensato che questo virus fosse solo un’invenzione e chi invece ha cercato di galleggiare tra le due sponde provando a prendere le cose alla giornata, qualche volta aspettandosi il peggio e sperando per il meglio, qualche volta troppo ottimista e qualche volta troppo pessimista.

Ogni pagina di questo diario è stata un viaggio attraverso le emozioni, le incertezze di questo brutto periodo, la paura che non finisse mai e la speranza che tutto diventasse presto solo un ricordo lontano. E di ricordi alla mente ne sono arrivati tanti, come se questo virus ci avesse fermato per qualche mese a riflettere su noi stessi, su quello che siamo stati e su quello che diventeremo quando tutto sarà definitivamente archiviato. C’è chi si sentirà cambiato, trasformato dalle tante riflessioni di questi mesi, pieno di buoni propositi per il futuro, con una grande voglia di godersi di più la vita e apprezzare di nuovo tante di quelle cose che si davano per scontate prima dello scorso marzo e c’è chi comunque non cambierà mai e nonostante tutto tornerà alla vita di prima come se non sia capitato mai nulla, incurante dei propri errori e della possibilità di sfruttare al meglio un periodo di isolamento come questo per provare a cambiare qualcosa in se stesso, nel proprio paese e nel mondo che ci circonda.

In questi primi giorni di riapertura ho preso finalmente un caffè al bar, ho rivisto tanti amici e ogni volta che ho incontrato qualcuno per strada ci siamo fermati a parlare, anche di stupidaggini, mentre prima ci si salutava appena per la troppa fretta di seguire i nostri frenetici ritmi quotidiani. Ho rivisto tante macchine parcheggiate per il paese, e anche il traffico che ha ricominciato a scorrere inesorabile, ha un non so ché di affascinante e inusuale. Ho visto un gruppo di ragazzi riuniti insieme a bersi una birra improvvisata in piazza del municipio come non vedevo da anni e mi è sembrato che per una volta, nessuno di loro avesse lo smartphone in mano, che parlassero e si guardassero in faccia sorridendo mentre lo facevano. Ho visto un sacco di gente a piedi per le strade, i bambini che passeggiavano col gelato in mano, gli anziani che chiacchieravano a distanza sulle panchine in piazza 17 febbraio e mi sono sembrati tutti più giovani e gioiosi. Ho rivisto le persone spostarsi liberamente senza autocertificazione, sopra le biciclette, quelle della passeggiata quotidiana a Perda de Pibara e dello jogging vicino alla fiera mercato, i negozi aperti, la gente con i capelli lunghi (e le donne non solo quelli n.d.r.) davanti ai saloni dei parrucchieri e dell’estetiste. Ho visto tante cose normali in questi primi giorni di riapertura, tante cose che dopo un lungo periodo di malattia e di isolamento, ora sembrano davvero straordinarie, cariche di significato e di un’energia nuova che sembravamo aver perso. Sarà che nonostante in questo maggio il cielo sia spesso nuvoloso, sembra sempre che ci sia il sole; sarà che questo virus ha portato nuova vita in tutti i nostri sensi e ora ci sembra delizioso qualsiasi profumo sentiamo all’aria aperta; sarà che nonostante qualcuno pensi che nulla sia cambiato dopo questa emergenza, qualcosa per le strade di questo piccolo paese stia germogliando per davvero; sarà che nonostante l’emergenza non sia ancora finita, stiamo riassaporando tutto quello che avevamo perso e che nonostante il COVID-19 non sia ancora scomparso da questa terra, abbiamo finalmente ricominciato a vivere.