Luglio 4, 2020

Gonnos ai tempi del Coronavirus – Capitolo 20

Gonnosfanadiga – Sardegna – Italia – zona rossa COVID – 19

martedì 12 maggio dell’anno duemilaventi

nono giorno della FASE 2

Che vita sarà dopo il Coronavirus? Saremo davvero cambiati o tutto sarà esattamente come lo abbiamo lasciato lo scorso marzo all’inizio di questa emergenza?

In questi giorni di inizio della fase 2, abbiamo avuto più o meno un anticipo di quello che forse ci aspetta, è chiaro che, perlomeno nei prossimi mesi, sarà tutto un altro modo di vivere rispetto a prima: le distanze tra le persone, i dispositivi di sicurezza, il divieto rispetto a tante abitudini che prima davamo per scontate.

Maggio ormai si avvia alla metà del suo percorso, ancora non abbiamo messo piede in una delle nostre splendide spiagge e anche quando finalmente ce ne daranno la possibilità, con ogni probabilità, dovremo accontentarci di “assaggiare” il mare in un modo che mai avremmo pensato. Dicono che le distanze tra un ombrellone e l’altro dovranno essere decisamente maggiori di quelle a cui eravamo abituati; dicono che le spiagge, anche quelle libere, verranno suddivise in zone, ognuno la sua, e che per accedere alle località balneari bisognerà prima registrarsi on-line per prenotare lo spazio e il parcheggio, con la speranza di arrivare prima di altri.

L’estate che arriva si prospetta davvero diversa da quelle che abbiamo trascorso finora, sembra davvero un miraggio poter pensare di andare liberamente al mare come abbiamo sempre fatto e, nonostante sappiamo tutti che ogni limitazione viene fatta per il nostro bene e per proteggerci da un’epidemia senza precedenti, ci sentiamo davvero come se ci stessero togliendo qualcosa a cui siamo estremamente legati e senza la quale non riusciamo a vivere. Per noi che abitiamo una delle isole più belle del mondo, che siamo abituati a partire su due piedi per raggiungere la spiaggia più vicina, che non ci serve prenotare per forza un lettino per goderci una giornata di mare con la famiglia, che siamo abituati anche a stare gomito a gomito col nostro vicino di ombrellone pur di goderci il nostro sole e la nostra acqua cristallina, forse non sarà davvero la solita estate.

Ora che tutto è un’incognita, che le concessioni vengono centellinate e comunicate solo all’ultimo momento, ora che la paura dei contagi vince su tutto il resto e, nonostante piano piano ci stiamo riprendendo i nostri spazi, ci costringe ancora a mille limitazioni, ora più che mai ci sembrano lontane ed estremamente cariche di nostalgia le estati che non ci sono più.

Negli anni della mia infanzia c’era poco di organizzato e le limitazioni erano davvero ridotte al minimo: c’era una cinquecento rossa caricata al limite del sopportabile, con i parafanghi che toccavano sugli pneumatici tanto era il peso dei bagagli; c’era un portapacchi di ferro con i sacchi della tenda da campeggio, non di quelle che si montano in due secondi come quelle che si comprano ora da Decathlon, ma di quelle con i paletti in alluminio, le funi e i picchetti in ferro che ci voleva la mazzetta pesante per piantarli in fondo al terreno e tutte le bestemmie di mio padre per tirarla su dopo ore di lavoro. C’erano viaggi interminabili senza l’aria condizionata, con i finestrini abbassati, il profumo della macchia mediterranea che entrava e il vento che ti schiaffeggiava la faccia, senza autoradio, con le canzoni di Celentano sulle labbra dei miei e noi bambini che facevamo il ritornello. C’era l’ultimo dosso prima di Pistis, o l’ultima curva prima della Costa Verde, quella con la scritta sulla collina come ad Hollywood, posti diversi tra loro, ma in entrambi i casi, subito dopo, davanti ai tuoi occhi si apriva sull’orizzonte sconfinato, il mare cristallino che avevi atteso per tutto il viaggio nei sedili di dietro immerso nella tua canottiera col disegno di Jeeg Robot d’acciaio o dei Puffi. C’erano lunghe distese di sabbia e chilometri di costa pieni di tende e casotti abusivi che ogni estate erano lì, forse un pugno in un occhio per il turista che veniva da lontano, ma il massimo a cui la maggior parte delle famiglie della zona aspirava per trascorrere le vacanze estive. Era pieno di parcheggi, di 126, di 127 e di 128, oggi per alcuni solo dei numeri in sequenza ma con quattro gomme sotto, rappresentavano per tutti le icone delle utilitarie di quegli anni. E non importava se non avevi prenotato, perché un posticino anche piccolo per la tua tenda familiare lo avresti trovato di sicuro, magari sul costone della montagna, dietro un cespuglio di mirto o direttamente in spiaggia, tanto gli spazi erano talmente grandi che non avresti disturbato nessuno. C’era il mare, che avevi tanto sognato tra i banchi negli ultimi lunghissimi giorni prima della fine della scuola c’era il Tango Hotplay che ti eri portato dietro da casa per giocare in spiaggia fino al tramonto, c’era il tuo costumino colorato preso al mercato di paese il mercoledì prima insieme alle seppiette, gli intramontabili sandaletti di plastica che mamma ti comprava all’inizio dell’estate, quelli che ti lasciavano le righe di sporco quando le toglievi a fine giornata e di cui i tuoi piedi mantenevano il segno con l’abbronzatura fino al tuo rientro a scuola il settembre successivo. C’erano le insalate di riso a pranzo e a cena o grandi teglie di pasta al forno e di melanzane alla parmigiana uscite chissà da dove, le aranciate e le gassose Primera, i pomodori ripieni e, ad andar bene, i pesci arrosto che catturava papà durante la mattina in spiaggia. C’erano i tuffi in acqua al tramonto prima di andare a cena e un paradiso da cartolina che ti accompagnava per tutti i giorni di quel campeggio selvaggio che ti avrebbero segnato per sempre.

C’era semplicità in quelle estati di tanti anni fa, mille tende colorate e mille casotti abusivi che forse, deturpavano il paesaggio molto meno di quanto fanno ora le sconfinate distese di residence e alberghi che troviamo a due passi dalle nostre spiagge. Sono estati lontane, estati che forse non torneranno più perché troppo distanti dal modo di vivere di oggi, troppo poco sicure per un periodo di emergenza come questo e comunque fin troppo libertine per un’epoca come quella moderna, poco attenta alla voglia di ognuno di godersi una vacanza selvaggia in libertà e troppo legata ad un turismo ormai troppo commerciale.

Ora che anche una passeggiata al mare ci sembra un sogno inarrivabile, il ricordo di quelle estati pare davvero troppo lontano e irraggiungibile, ma se chiudiamo gli occhi possiamo ancora sentire il sapore della sabbia che ci tiravamo in faccia quando giocavamo tra noi bambini, qualche granello ci rimaneva tra i denti e dovevamo inevitabilmente sgranocchiarlo o il profumo inconfondibile della macchia mediterranea che cresce sulle nostre coste o della salsedine sulla nostra pelle, tutte cose che, per fortuna ,abbiamo ancora a due passi da casa e che prima o poi riusciremo di nuovo a goderci come un tempo, quel tempo di cui portiamo ancora i solchi profondi sul nostro cuore, indelebili quasi come i segni ai piedi lasciati dalle seppiette alla fine di ogni estate.

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