Novembre 24, 2020

Gonnos ai tempi del Coronavirus – Capitolo 18

Gonnosfanadiga – Sardegna – Italia – zona rossa COVID – 19
sabato 25 aprile dell’anno duemilaventi
quarantasettesimo giorno di quarantena

Il 4 di maggio sta diventando un po’ un’ossessione. In pratica siamo chiusi in casa da quasi cinquanta giorni e, ora che ne mancano davvero pochi a cominciare a tornare alla normalità, sembrano non passare mai. Certo che se ci guardiamo indietro e ripensiamo a quando tutto è cominciato, è difficile focalizzare nella mente i primi giorni di quarantena e, a pensarci bene, è difficile soprattutto ricordare le ultime volte che abbiamo fatto qualcosa prima di isolarci da tutto.

Difficile, per esempio, pensare a quand’è stata l’ultima volta che abbiamo preso un caffè al bar, che abbiamo accompagnato i bambini a scuola o li abbiamo aspettati all’uscita; davvero complicato anche ricordare l’ultima volta che, prima del virus, abbiamo mangiato a tavola con parenti e amici o che siamo entrati al supermercato senza mascherina. Già perché tutte le ultime volte che abbiamo fatto un sacco di queste cose “normali” non gli abbiamo dato importanza e le abbiamo lasciate passare silenziosamente nelle nostre vite, senza sapere che lo fossero e senza renderci conto di quanto fossero preziose.

Ci sembrano così lontani quei momenti, così difficili da ricordare, così futili e al tempo stesso così desiderati ora che è passato così tanto tempo da quel primo giorno di quarantena e ora che ne mancano davvero così pochi a tornare di nuovo ad assaporare la vita di tutti i giorni.

Ancora non c’è nulla di ufficiale, ancora i telegiornali danno solo anticipazioni ufficiose su cosa accadrà in quella data ma, dentro ogni casa, stiamo tutti fremendo e contando il tempo che manca a quel momento tanto atteso, il momento della libertà. E oggi che è il 25 aprile, il sapore di questa parola sembra davvero ancora più dolce, pesante e importante al tempo stesso, perché ora più che mai vediamo tutti una luce in fondo al tunnel e anche se flebile, anche se la scorgiamo appena, ci sembra davvero di averla meritata, di essercela conquistata con grande sacrificio e per la prima volta in questi cinquanta giorni. siamo finalmente convinti che ne usciremo.

Usciremo che sarà già maggio. Usciremo col sole anche se dovessero esserci le nuvole perché il sole ognuno di noi se lo porterà dentro. Usciremo che sarà già primavera da un pezzo, vestiti un pò più leggeri di quando ci siamo chiusi in casa il primo giorno e certamente più leggeri nell’animo. Sarà maggio e l’estate sarà quasi alle porte, in quel periodo dell’anno che si riempie di profumi con la luce del sole che accarezza le cose, in cui le finestre di casa sono aperte anche la sera e i suoni del paese riempiono l’aria: il vociare delle persone che viene fuori dai bar aperti fino a tardi con i tavolini per strada, la musica che passa dai finestrini delle auto, il latrato dei cani in lontananza, il venticello fresco che ti accarezza il viso e la mente che inevitabilmente ritorna al passato.

Maggio è sempre stato un mese di passaggio, il mese che portava alla chiusura delle scuole e che apriva le porte all’estate che arrivava. Il mese della Madonna della salute e del Giro d’Italia. Il mese delle maniche corte e soprattutto il mese dei primi gelati. Già, perché negli anni della mia giovinezza non c’era ancora stato l’avvento della grande distribuzione e della possibilità, come ce l’abbiamo oggi, di avere qualsiasi prodotto a disposizione tutto l’anno. I gelati erano un esempio lampante di come questa realtà fosse diversa; il camioncino arrivava a rifornire i bar di Gonnos solo a maggio inoltrato ed era quello il segno inequivocabile dell’arrivo della bella stagione. Prima di questo mese, nessun bar ne aveva nei propri frigoriferi e ogni anno, per noi ragazzi, in questo periodo si faceva a gara a chi mangiasse il primo, a chi riuscisse ad assaggiare per primo il nuovo dell’Algida e puntualmente, quando riuscivi a mangiarlo, qualcuno era arrivato prima di te e ne aveva già mangiati due o almeno così diceva.

Ricordo quei pomeriggi in cui si faceva capolino al bar Centrale per chiedere se fossero arrivati: partivi da casa con l’ansia del primo giorno di scuola, arrivavi al municipio che già avevi l’acquolina in bocca, uscivi su via Porru Bonelli e non sarebbe stata una sorpresa se girandoti sulla strada, avessi trovato steso in alto un grosso striscione rosso con una grande scritta “ARRIVO” in bianco che ti faceva capire subito che di li a poco sarebbe partita una gara ciclistica (in quegli anni se ne facevano parecchie soprattutto nel periodo della bella stagione e difficilmente sapevi per tempo della gara se non quando quello striscione ti si presentava davanti agli occhi n.d.r.); entravi nel bar con i tavolini tondi e le sedie con i cordini di plastica colorati come si usavano una volta; gli anziani (sempre gli stessi) seduti ai tavoli con la birra già versata nei bicchieri, fissavano tutti lo stesso punto mentre dal televisore arrivava la voce di Adriano De Zan che commentava la tappa del giro d’Italia e tra i tavoli, riuscivi a scorgere l’imponente banco frigo a tre ante con il suo colore “marrone finto legno” e il logo gigante dell’Algida che troneggiava sulla facciata principale; mentre lo fissavi, sapevi che di li a poco avresti scoperto se dentro fosse ancora pieno di ghiaccio, Ichnusa e gassose Primera, oppure se finalmente era stato riempito con i primi gelati della stagione.

Mentre stavi lì a fissarlo in attesa che qualcuno ti servisse, Bobbi Spina (n.d.r.) che con la coda dell’occhio da dietro gli occhiali, ti aveva intravisto entrare, si alzava da uno dei tavoli, senza distogliere lo sguardo dalla tappa in tv, si avvicinava al banco frigo, metteva una mano sull’anta per aprirla e dopo una prima sbuffata di vapore ghiacciato, scoprivi che dentro spuntavano rigogliose una marea di scatole di cartone piene di gelati. Lui ti guardava in attesa che scegliessi, se tentennavi, si scocciava un po’ e ti diceva che non poteva tenere il frigo aperto a lungo altrimenti si sarebbero sciolti tutti (e si sarebbe perso anche la tappa n.d.r.) e tu, che avresti voluto avere più tempo per esaminare meglio i nuovi arrivi, alla fine ripiegavi sempre per il cornetto, un grande classico con la carta dorata che come primo gelato della stagione faceva sempre la sua figura: un gelato da 1000 lire che con l’andare dell’estate, sarebbe stato sostituito da una marea di più economici ghiaccioli “Freddoloni” colorati da 300 lire ciascuno.

Oggi è un po’ come quei giorni, ad aspettare con ansia il 4 di maggio per poter finalmente uscire ad assaggiare i primi gelati di stagione, non quelli del supermercato ma quelli tanto amati dei nostri cari bar di paese, perché in questo lungo isolamento abbiamo imparato più che mai ad apprezzare le cose semplici che ci facevano felici una volta, le cose che ci riportano indietro nel tempo, che ci rendono liberi e ci fanno sentire di nuovo un po’ bambini, perché quello che vogliamo di più e ritornare a incrociare per strada i nostri vecchi amici e conoscenti e perché in fondo in fondo, abbiamo tutti un cuore di panna,