Ottobre 26, 2020

Gonnos ai tempi del Coronavirus – Capitolo 17

 
Gonnosfanadiga – Sardegna – Italia – zona rossa COVID-19 
sabato 18 aprile dell’anno duemilaventi
quarantesimo giorno di quarantena

 
 
 
 
Sono quaranta tondi tondi i giorni che il virus ci tiene segregati in casa. 
Quaranta lunghi giorni che ci hanno cambiato nel profondo.
In questi giorni lo stato d’animo è cambiato in continuazione.
Nei primi giorni eravamo increduli. Tutto ci sembrava strano e inusuale: stare dentro casa, uscire solo col cane, indossare la mascherina. Tutte novità che bene o male ci provocavano una sorta di angoscia mista a stupore e incredulità, che ci facevano andare il sangue alla testa e ci portavano ad una sorta di euforia malata collettiva, che ci portava fuori dai balconi a cantare, che ci faceva organizzare flashmob dal dubbio significato, che ci faceva chiamare in continuazione anche gli amici che non vedevamo da secoli, solo per il gusto di videochiamarli, cosí, perchè le circostanze ci obbligavano a farlo; e allora, perchè non trasformare la costrizione del momento in un pretesto per inventarci nuovi passatempi!? 
Sembrava che da un giorno all’altro il virus, che ci aveva improvvisamente costretti all’esilio domestico, fosse il mezzo che aspettavamo da secoli per avere un pretesto per chiuderci in noi stessi, riflettere sui nostri comportamenti, sugli errori, su tutto ció che avevamo sempre dato per scontato, per apprezzare tutto in modo diverso, più profondo, piú sano. E sembrava che davvero volessimo cambiare.
Oggi, a quaranta giorni dall’inizio della clausura, ho la netta sensazione che sia tutto diverso dai primi giorni: sembra che tutto sia diventato dannatamente normale: non essere più liberi di muoverci, avere i bambini chiusi in casa dalla mattina alla sera, uscire per la spesa e trovare qualcuno che ti controlla, che ti fa il terzo grado e che vuole che ti sbrighi a rientrare anche se sei uscito per estrema necessità; le lezioni di scuola on line, quelle di palestra on-line, il lavoro on-line e pure le messe e le cene con gli amici, tutto on line, a debita distanza senza poterci più toccare né tantomeno avvicinarsi l’un l’altro. 
Ora tutto questo che all’inizio ci sembrava una novità di cui sorridere e su cui sperimentare nuove sensazioni, è diventato vita di tutti i giorni, normale routine. E tutto questo mette una gran paura. 
Paura che tutto resti così com’è, che non ci sia di nuovo una vita “normale” dopo il Coronavirus, che anche quando usciremo da casa, invece di festeggiare per le strade, saremo talmente abituati a tutto questo e avremo ancora talmente tanta paura dei contagi, che non riusciremo più a vivere come prima o quantomeno che ne porteremo dietro gli strascichi per lungo tempo, anche dopo che ci diranno che è tutto finito e possiamo tornare quelli di una volta.
Non lo so se torneremo davvero quelli di una volta, perché certi eventi segnano la storia e l’animo delle persone in modo indelebile, per la vita. 
E questo evento ci ha già segnati tutti nel profondo.
C’è uno strano sentore in quest’aria di aprile, un sentore di angoscia e di paura che ci pervade nonostante i contagi siano in lenta discesa, un sentore che si propaga nell’aria delle piogge primaverili di questi giorni, nel profumo della natura che ti raggiunge la sera all’imbrunire quando esci fuori a respirare un po’.
Ora più che mai abbiamo bisogno di libertà, ora più che mai abbiamo necessità di sentirci di nuovo in un mondo normale, ora più che mai abbiamo bisogno di sentire che “tutto andrà bene”.
 

 
 
 
 

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