Ottobre 26, 2020

Gonnos ai tempi del Coronavirus – Capitolo 16

 

Gonnosfanadiga – Sardegna – Italia – zona rossa COVID-19 
venerdì 10 aprile dell’anno duemilaventi
trentaduesimo giorno di quarantena
 
È passato più di un mese da quando è iniziata questa emergenza.
Un mese lungo quanto l’attesa che ci separa dal tanto desiderato giorno in cui potremo uscire di nuovo.
Un mese lungo quanto i fiumi di polemiche scritte sui giornali e sui social.
Un mese lungo quanto il numero di contagi e di morti che finora hanno segnato questi giorni.
 

 

 
 
Il presidente del consiglio ci ha appena informati che staremo chiusi in casa fino al prossimo 3 Maggio. Un’eternità. In quella data, i giorni in cui saremo in isolamento saranno diventati 56: in pratica due mesi che hanno cambiato la storia del mondo.
In questi giorni abbiamo imparato molto, abbiamo imparato a fare a meno di tante cose e ad apprezzarne altrettante altre: abbiamo imparato che possiamo fare a meno di uscire con la macchina, ma che una passeggiata a piedi oltre i 200 metri da casa vale molto di più.
Abbiamo imparato a rinunciare alle cene con gli amici, ma cerchiamo di sentirli in ogni momento della giornata e per questo abbiamo capito che non spossiamo fare a meno di loro.
Abbiamo imparato che possiamo stare senza calcio in tv e senza tutti gli sport che solitamente ci tengono davanti al piccolo schermo, ma che non possiamo rinunciare a fare sport in prima persona, che sia su una cyclette o su un tapis roulant o sopra un tappetino davanti ad un computer con l’istruttrice collegata via Skype.
Abbiamo imparato che, se vogliamo, possiamo rinunciare alla tv, ai computer, ai cellulari, alla tecnologia, ma senza tutto questo, che quarantena avremmo passato?
Abbiamo imparato che viviamo in un paese piccolissimo dove ci lamentiamo sempre che non c’è nulla ma che se le strade, i negozi e le piazze diventano vuoti come in questi giorni, forse prima non era poi così male.
Abbiamo imparato che possiamo avere tutti i parcheggi liberi in via Porru Bonelli, ma che se la nostra mentalità non cambia, riusciamo a parcheggiare sulle strisce anche quando il rettifilo è vuoto (visto con i miei occhi n.d.r.).
Abbiamo imparato che a Gonnos c’è gente che si farebbe davvero in quattro per gli altri e che i Lillo Boys sanno produrre anche altre maschere oltre a quelle di carnevale.
Abbiamo imparato che anche se noi stiamo chiusi in casa, la natura fuori va avanti fregandosene di tutto; e il Rio Piras, il Linas sullo sfondo, il cielo azzurro di Aprile e il tepore del sole, sono davvero una carezza per gli occhi e per il cuore.
Abbiamo imparato a rinunciare ad una messa e ad andare in chiesa e nello stesso tempo abbiamo capito che possiamo riuscire a pregare dentro le nostre case anche in modo più intimo e profondo.
Abbiamo imparato che possiamo rinunciare alla Pasqua, ai pranzi in famiglia e alle lunghe abbuffate, ma che la festa è uno stato mentale, qualcosa che ti senti dentro, qualcosa che ti strizza il cuore e te lo riempie di gioia quando stai bene e ti fa sprofondare nella tristezza quando invece le cose non vanno come dovrebbero; qualcosa che ti riporta sempre un po’ indietro nel tempo a quando eri bambino e la festa era più festa; qualcosa che, nonostante tutto, te la fa rivivere ogni anno allo stesso modo  quando la notte del venerdì santo accendi la tv e su un canale su tre c’è un film su Gesù; quando senti le campane e ti sembra che suonino anche dentro di te; quando ti svegli la mattina di Pasqua e, solo a Gonnos, sul tavolo della colazione trovi le uova sode con la salsiccia affettata e quel profumo inconfondibile di coccoi con l’uovo e il finocchietto selvatico; e non puoi fare a meno di mangiarti una pardula, anche se sei chiuso in casa, anche se sei a dieta,
E più pensi alla festa e più ti viene in mente che domenica mattina ci sarebbe dovuto essere l’incontro come ogni anno, ma che al massimo le statue di Maria e di Gesù si incroceranno da sole in mezzo al rettifilo per un “ciao mà” veloce e a un metro di distanza o più probabilmente resteranno chiuse nelle chiese; e pensi che lunedì sarà Pasquetta e non ci saranno gite fuori porta, né feste di Santa Severa ormai disertate da tutti, né piatti rotti sotto la quercia della collina vicino alla chiesetta, né Gigi (o chi per lui n.d.r.) che deve andare a controllare  se il piatto è rotto; e non ci saranno bancarelle con la frutta secca, né altre come quella di quel signore che ogni anno si metteva di fianco alla chiesetta a vendere la macchinetta che infilava gli aghi anche ad occhi chiusi; non ci saranno palloncini che volano in cielo lasciati scappare dai bambini, né palchi con la solita orchestra di liscio, né gli ultimi botti dei fuochi d’artificio a chiudere la serata.
Ci mancherà tutto questo, ma in questi giorni abbiamo imparato ad apprezzarlo di più, a desiderare che ritorni, anche se ormai la festa in paese ci aveva annoiato e preferivamo scappare e andarcene da qualche altra parte a vedere qualcosa di nuovo; ora che non c’è più nemmeno quel poco che avevamo che ormai ci aveva un po’ stancati, daremmo qualsiasi cosa per avere la possibilità di riviverlo di nuovo come tanti anni fa, quando si saliva alla vecchia chiesetta campestre e per noi bambini suonare la campana di Santa Severa era uno dei desideri più ambiti.
 
 
 

 

 

 

Commenti

Commenta con Facebook