Ottobre 26, 2020

Gonnos ai tempi del Coronavirus – Capitolo 15

 
 
Gonnosfanadiga – Sardegna – Italia – zona rossa COVID-19 
domenica 5 aprile dell’anno duemilaventi
ventisettesimo giorno di quarantena
La primavera è entrata prepotentemente nelle nostre case, dalle finestre aperte, sui terrazzi, sui balconi illuminati da un tiepido sole d’aprile.
Il Rio Piras è un tripudio di colori e, anche grazie alla scarsa manutenzione di questi anni, una lussureggiante piccola foresta costeggia le rive del fiume.
La natura ha invaso tutti gli angoli lasciati liberi dall’uomo e piano piano si è ripresa i suoi spazi fregandosene altamente del Coronavirus.
Il silenzio delle strade del paese, soprattutto nelle ore pomeridiane e al buio della sera, è qualcosa che ormai ci accompagna da quasi in mese, qualcosa con cui abbiamo imparato a convivere e che quasi ci fa compagnia, come se fosse diventata una parte di noi, un qualcosa che si nascondeva nel profondo e che piano piano sta venendo fuori, un qualcosa che ci ha fatto mettere da parte il chiasso, la frenesia e lo stress per far posto a toni più bassi, ai ricordi, alla riflessione.
Non ci sono state grosse novità sul fronte emergenza virus: a Gonnos ancora nessun contagio. Qualche giorno fa una persona è stata prelevata dall’ambulanza e ricoverata in ospedale: per un attimo abbiamo pensato che il primo caso di COVID-19 fosse arrivato anche in paese ed invece gli esiti del tampone sono risultati negativi e abbiamo potuto tirare un sospiro di sollievo almeno in casa nostra. Nel resto d’Italia e nel mondo i contagi sono in stabile rialzo, e ancora non riusciamo ad uscire dall’emergenza:
Oggi era la domenica delle palme.
Le chiese erano chiuse: forse per la prima volta in questa occasione da quando sono state costruite, non si è celebrata la messa e la cosa si ripeterà di nuovo la prossima domenica, quella di Pasqua: il presidente del consiglio ha comunicato in diretta nazionale, che saremo chiusi in casa almeno fino al 13 aprile, quindi niente festeggiamenti, né tantomeno le classiche gite fuoriporta di Pasquetta.
In questi giorni di rigido isolamento abbiamo rinunciato a tante cose e più andiamo avanti, più ne perdiamo altre, più le perdiamo, più ci accorgiamo che la scala dei valori e delle importanze che avevamo prima del Coronavirus, sta silenziosamente e radicalmente cambiando.
Ci sono degli appuntamenti nella vita di ognuno che capitano magari una sola volta, che per molti sono arrivati proprio in questi giorni di quarantena e per forza di cose, hanno dovuto subire un drastico cambio di programma: penso a chi magari doveva sposarsi e ha rinunciato o posticipato le nozze; chi aveva organizzato un viaggio da qualche parte, magari lo aveva desiderato e programmato da tempo, ma ha dovuto annullarlo; gli studenti che hanno dovuto rinunciare alle lezioni (alcuni sicuramente non controvoglia :-)), quelli che dovranno rinunciare o modificare gli esami se questa emergenza si protrarrà ancora a lungo, o quelli che rinunceranno alla gita di fine anno.
Anche io ho dovuto rinunciare ad una gita una volta, una gita di quelle che avresti ricordato per sempre, la mia gita di terza media.
Era il 1989 e da qualche parte dello stivale, un pullman di studenti in gita scolastica uscì fuori strada, ci furono alcuni morti e diversi feriti. L’eco di quel fatto doloroso  fu talmente grande in tutto il paese che i dirigenti della nostra scuola decisero di annullare tutte le gite di fine anno, compresa la nostra, come se quella tragedia avesse potuto portare una sorta di contagio di riflesso in tutte le altre gite scolastiche del paese, gli adulti pensarono allora che fosse meglio così, ma per noi ragazzi la scala dei valori era certo diversa e perdere quella gita non ci andava proprio giù.
Saremmo dovuti andare in Emilia Romagna, a Ferrara, Ravenna e dintorni, ricordo la frenesia e l’attesa nell’organizzarne i dettagli, la vendita dei panini per racimolare qualche soldo e aiutare a coprire tutte le quote; sarebbe stata la prima uscita fuori dall’isola per noi che a quel tempo eravamo adolescenti, una delle prime esperienze “da grandi” e invece, con grande delusione di tutti, ci dovemmo rinunciare.
Al di là della gita, gli anni della scuola media restano impressi a fuoco nella mente di ognuno di noi, forse più di altri: sono gli anni dell’adolescenza, anni in cui ci si comincia a mettere a confronto con altri ragazzi, in cui nascono i primi amori, in cui si cominciano a seguire le mode e si fanno le prime scelte importanti che poi ti segneranno per il resto della vita.
In quegli anni a Gonnos le scuole medie erano divise in due fabbricati: la succursale, nell’edificio che oggi ospita la biblioteca comunale e i servizi sociali, era occupata dalle sezioni D, E ed F; la sede principale invece in via Ugo Foscolo dove erano ospitate le sezioni A, B e C e già l’elenco di lettere di tutte queste sezioni la dice lunga su quanti fossero gli adolescenti che a Gonnos frequentavano le medie.
Ancora oggi a distanza di più di trent’anni ricordo senza margine di errore l’appello della mia classe di allora:
Carreras, Fanari, Fenu, Foddi, Garau, Lampis, Lecca, Lisci, Maccioni, Mais, Marongiu, Mele, Muntoni, Murtas, Ollosu, Pala, Pili, Pinna, Saiu, Sitzia, Sogus, nei miei compagni di allora che leggeranno queste righe, riecheggerà di certo la voce dei nostri professori mentre lo annunciavano ogni mattina.
Per quelli della mia classe era la fine degli anni ’80; all’ingresso della scuola, appoggiate alla grata di ferro, decine di BMX,  Graziella,  Cross e le prime Mountain Bike, incastrate una sull’altra, dipendentemente dall’orario in cui eri arrivato, che poi all’uscita ci voleva un quarto d’ora per riuscire a sbrogliarle tutte e ripartire verso casa.
Erano gli anni dello zaino Invicta (il mio era un Seven malsopportato) ad ognuno dei quali tutti attaccavamo una scarpetta colorata, e le spille dello Smile, i portafortuna di quei tempi. Avevamo le felpe indecentemente infilate dentro i Jeans, con quelli che potrebbero essere paragonati ai risvoltini che lasciano in vista la caviglia dei ragazzi di oggi ma che allora erano dei risvolti belli grossi e avevano l’unico scopo di mettere in mostra le Converse All Star alte che portavamo ai piedi; chi non aveva quelle originali aveva le imitazioni colorate prese al mercato, meno costose ma tanto bastava seguire la moda. E la moda era quella dei Paninari, che ci univa tutti sotto un’unica grande fibbia di ferro ovale, quella delle cinte El Charro che compravamo dai Marocchini (qui si intende non chi viene dal Marocco ma chi fa questo come professione n.d.r.) e che tenevano su i nostri jeans Levis, Uniform, o naturalmente delle sottomarche che le nostre mamme trovavano al mercato Gonnese del mercoledì, perché non era importante avere l’originale ma almeno avvicinarsi a quella o spacciarla per tale.
Infondo ci accontentavamo di poco, gli amori erano segnati da un foglietto a quadretti strappato dal quaderno, consegnato alla ragazza o al ragazzo che ci piaceva con scritto sopra “ti vuoi mettere!?” e due quadrati da far segnare con un SI o un NO. Ci accontentavamo di poco anche perché se poi la risposta era un SI, il rapporto era talmente Platonico  che il massimo che ci concedevamo, a parte qualche rarissimo bacio furtivo, era salutarsi quando ci si incrociava nel giro attorno alla scuola prima dell’entrata o durante la ricreazione.
Erano gli anni in cui ci si sfidava a calcio tra le classi per vincere il maialetto e si andava a mangiarlo tutti insieme nella casa in campagna di qualcuno con i professori gli ultimi giorni dell’anno scolastico.
Erano gli anni in cui fuori da scuola ci si incontrava per il catechismo con Don Marongiu e Don Uccheddu, le squadre di noi ragazzi erano Il Real e la Scuola Calcio Pelè e per le ragazze c’era la Pallavolo o il pattinaggio a rotelle con la Polisportiva Primavera.
Erano gli anni in cui cadeva il muro di Berlino, in cui si ascoltava “Oro incenso e Birra” di Zucchero mentre Jovanotti cantava “No Vasco” a Sanremo e l’Italia si preparava a farsi bella per i mondiali in casa del 1990.
Erano gli anni della nostra giovinezza in cui non c’era un virus a tenerci dentro casa, in cui forse il mondo non era molto diverso da ora ma in cui eravamo diversi noi, la nostra spensieratezza e la nostra scala dei valori, che ci faceva sentire fin troppo delusi se perdevamo la gita scolastica che avevamo tanto desiderato, ma che ci faceva sentire incredibilmente felici se indossavamo un paio di Jeans comprati al mercato del paese il mercoledì mattina.

Commenti

Commenta con Facebook