Ottobre 26, 2020

Gonnos ai tempi del Coronavirus – Capitolo 14

 
 
Gonnosfanadiga – Sardegna – Italia – zona rossa COVID-19 
mercoledì 1 aprile dell’anno duemilaventi
ventitreesimo giorno di quarantena
 
Oggi ci siamo alzati con la sensazione che nell’aria ci fosse qualcosa di diverso, con uno strano sottile buonumore che aleggiava dalle finestre aperte su un cielo terso e un tiepido calore primaverile. 
Il sole è entrato nella stanza con un taglio morbido come a volerci accarezzare ed è li che in un attimo si è insinuato in noi il sentore che fosse cambiato qualcosa.
Abbiamo acceso la TV e su tutti i canali la stessa immagine del presidente del consiglio sorridente, con il tricolore sfavillante alle sue spalle, annunciava raggiante la fine dell’emergenza, sotto il suo mezzobusto, a caratteri cubitali, i titoli dei TG, tutti uguali “È FINITA, IL VIRUS È STATO SCONFITTO, POTETE USCIRE DI CASA”.
C’è voluto un po’ prima di realizzare, ma non appena focalizzata la notizia, abbiamo abbandonato sul tavolo la tazza della colazione, i biscotti e il latte e ci siamo precipitati immediatamente fuori. Arrivato al cancello, il cane mi aspettava e con lo sguardo verso di me sembrava chiedermi “da oggi che è finita non mi porti più a passeggio!?”. L’ho abbracciato per la felicità, ho aperto il cancello e ho lasciato che uscisse senza guinzaglio, cosicché potesse assaporare anche lui quest’aria di libertà.
Fuori il silenzio a cui oramai eravamo abituati, si stava trasformando piano piano: qua e là grida di gioia in ogni angolo di strada, schiamazzi di bambini, qualche trombetta da stadio in lontananza.
Sono corso verso il municipio e mentre lo raggiungevo, da lontano ho intravisto il bar di Spina e quello di Collu con le serrande aperte e la gente che riempiva i bar con in mano birre e spumanti.
Via Porru Bonelli era invasa di gente, nessuno aveva preso la macchina ma era come se tutti avessero voluto godersi a piedi il momento della festa per sentire il contatto con le strade che da troppo tempo avevamo disertato.
Ho cominciato a percorrere il rettifilo verso la gradinata, la gente saltava e si abbracciava, ogni tanto lo facevo anche io, intontito dalla felicità e abbracciavo anche persone che prima conoscevo appena.
Ho continuato a salire, le persone usciva da tutte le case, dai negozi di nuovo aperti, perfino gli impiegati delle poste erano fuori a festeggiare.
A stento sono riuscito ad arrivare in piazza facendomi spazio tra la gente, le campane della chiesa del Sacro Cuore suonavano ininterrottamente a festa e le persone occupavano ogni angolo, saltavano e si abbracciavano ed era tutto uno sventolio di bandiere tricolori, dei quattro mori e biancoverdi.
Da ogni parte sono cominciati ad arrivare dolci, pane, cibi e bevande di ogni tipo e abbiamo mangiato in piazza perché nessuno voleva tornare in casa e anche a tarda sera e poi a notte fonda quando tutti i festeggiamenti sembrava dovessero finire, la gente ha continuato a stare in giro: c’è chi ha dormito per terra,  c’è chi è stato sveglio fino all’alba, ma tutti abbiamo preferito stare fuori casa per paura che le strade si svuotassero e tornasse di nuovo quel terribile assordante silenzio dei giorni della quarantena.
Oggi è il primo di aprile e questo potrebbe sembrare uno dei tanti scherzi fatti per sdrammatizzare e invece è solo un bel sogno, una speranza che resta viva in ognuno di noi oggi che il sole fuori si fa spazio tra troppe nuvole e fa ancora tanto freddo, oggi che i contagi non sono ancora finiti e che la paura è arrivata alle porte di ogni casa del paese, oggi che viviamo ancora angosciati e confusi da un isolamento che non sappiamo quando finirà, oggi che, nonostante tutto, viviamo ancora speranzosi che il sogno di poter festeggiare insieme la fine di tutto questo si trasformi presto in realtà.
 
 

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