Ottobre 26, 2020

Gonnos ai tempi del Coronavirus – Capitolo 13

 
 
Gonnosfanadiga – Sardegna – Italia – zona rossa COVID-19 
lunedì 30 marzo dell’anno duemilaventi
ventunesimo giorno di quarantena
 
Stiamo cominciando a non distinguere più i giorni della settimana:
oramai il week-end si confonde con il resto dei giorni feriali. Un venerdì sera potrebbe essere tranquillamente scambiato per un martedì, un sabato per un mercoledì e un lunedì per una domenica. Passano le settimane e noi restiamo impalati davanti a questo spettacolo sempre uguale, un film visto e rivisto, senza grossi colpi di scena, senza nessun cambio di sceneggiatura, per non parlare della scenografia, ormai la stessa da venti giorni, non ci sono paesaggi mozzafiato, distese sconfinate o meravigliose spiagge, ma sempre e soltanto le nostre quattro mura domestiche.
I giorni della settimana si mescolano in un unico grande Cocktail insapore da trangugiare lentamente senza capire bene che gusto abbia. dato che gli ingredienti sembrano fin troppo diluiti e non si riesce a distinguerli l’uno dall’altro.
Oggi sarebbe dovuto essere uno dei tanti lunedì lavorativi in cui ti svegli ancora troppo inebriato dal week.end e ancora troppo poco energico per affrontare come si deve le fatiche della settimana, l’inizio dell’ennesima danza sul ritmo frenetico e stressante del tran tran quotidiano e invece ci siamo svegliati con ritmi più lenti, intontiti dal solito viavai di notizie sul virus, sul numero dei contagi, sul nuovo decreto, su ipotesi fin troppo campate per aria di una data in cui tornare finalmente a un minimo di normalità.
L’unica cosa di cui siamo assolutamente certi quando ragioniamo sul trascorrere del tempo e l’alternarsi dei giorni in questo lungo e tedioso isolamento è l’anno in cui ci troviamo, il 2020, che rimarrà di certo marchiato a fuoco sui libri di storia come l’anno in cui il mondo si trovò a combattere chiuso in casa, unito contro un unico subdolo nemico invisibile.
Sarà fin troppo facile ricordarsi di questo, un po’ come si fa con le date storiche che abbiamo imparato fin troppo bene sui libri di scuola e che ci portano alla mente l’avvenimento che corrisponde a quell’anno quando ad esempio sentiamo parlare del 1492 per la scoperta dell’America, della guerra del 15/18 o del 2001 per le torri gemelle: il 2020 resterà per sempre l’anno del Coronavirus.
E pensare che fino a 2 mesi fa festeggiavamo allegramente il dileguarsi del 2019: qualcuno non vedeva l’ora che se ne andasse, sperando di trovare in questo nuovo una prospettiva più rosea e rigenerante e invece ecco che il 2020 esordisce con il regalo più inaspettato di tutti.
Certo che pensando a questo momento storico, ai progressi che l’umanità ha fatto finora, alle nostre conquiste tecnologiche, mi viene da riflettere su quanto siamo comunque fortunati a dover affrontare questo virus in quest’era moderna, a quanto il bicchiere si possa vedere mezzo pieno.
Pensate se tutto fosse successo negli anni ’80, pensate a quante cose con quarant’anni di differenza sarebbero state diverse, soprattutto in un paesino come Gonnosfanadiga: non avremmo avuto internet, ci saremmo dovuti accontentare di apprendere le notizie dai telegiornali visti magari in un piccolo televisore 14 pollici in bianco e nero. Quella sarebbe stata la nostra unica fonte ufficiale e l’avremmo dovuta prendere per buona, senza fantasticare su altre ipotesi di qualsiasi tipo o costruire chissà quale impalcatura complottistica come facciamo ora se andiamo a frugare tra i video dei vari canali su Youtube.
Il presidente del consiglio avrebbe comunque annunciato il suo nuovo decreto ma l’avrebbe fatto solo dalla TV a reti unificate come si faceva una volta e non come oggi che puoi vederlo anche su Facebook o su un TG24 qualunque all’ora che preferisci.
A Gonnos, ci saremmo dovuti aggiornare comprando per forza il giornale la mattina all’edicola verde di Sig. Antonio all’angolo del marciapiede del municipio o da Tziu Efis vicino al mercato vecchio, tenendo comunque le distanze e portando la mascherina come ora.
Dal giornale avremmo letto le notizie del giorno precedente e non avremmo avuto altri aggiornamenti se non aspettando il TG.
In paese gli avvisi  non sarebbero di certo arrivati come ora dal profilo social del sindaco ma bensì dall’unico vero canale ufficiale esistente in quel tempo nel nostro paese, “sa Grida”: il silenzio delle strade sarebbe stato rotto puntualmente dalla voce squillante di Sig. Franco Sotgiu che sarebbe stata sparata a tutto volume dagli altoparlanti sul tetto del comune, cosa che ci avrebbe fatto abbandonare qualsiasi cosa stessimo facendo in quel momento, sentire pronunciare un perentorio “CITTU!” da qualche membro della famiglia per fare subito silenzio e catapultarci all’istante sulle finestre aperte e sui balconi con l’orecchio proteso ad ascoltare il suo lento, cadenzato, inconfondibile e prorompente: “ATTENZIONE! COMUNICAZIONI DEL SINDACO! IL SINDACO, AVVERTE TUTTA LA CITTADINANZA…”, metteteci dentro una dose massiccia di doppie a corollario di uno spiccato accento Gonnese e di certo vi sembrerà di sentirlo come fosse ora.
L’assenza di internet avrebbe anche fatto si che i bambini non potessero seguire le lezioni in nessun modo come invece avviene oggi con le video chiamate e i compiti via mail, ma dal momento della chiusura delle scuole i piccoli sarebero stati in casa a svolgere qualche compito giornaliero magari dettato da qualche genitore o per telefono da qualche maestra particolarmente ligia al dovere ma per il resto, per noi bambini di allora forse sarebbe stata solo una lunga vacanza estiva e di certo non avremmo avuto il continuo scambio di messaggi sui gruppi di whatsapp per recuperare i compiti o organizzare le lezioni in videoconferenza.
Senza il cellulare non ci saremmo potuti mantenere in contatto come facciamo ora ad ogni minuto correlando i nostri messaggi di video e foto, magari ci saremmo parlati solo dai balconi, alzando la voce, senza poter organizzare nessun flash mob come capita in questi giorni.
Il telefono, quello tradizionale con i tasti con i numeri o la rotella con i buchi, avrebbe trillato in continuazione e ci sarebbe stata la fila in famiglia per chiamare questo o quell’altro parente o sentire gli amici o le amiche del cuore superando prima l’ostacolo imbarazzante della risposta del padre o della madre dall’altra parte della cornetta.
Avremmo fatto la spesa come oggi entrando due alla volta, ma non nei grandi supermercati ma nei piccoli negozi, da Tzia Lisetta, da Tzu Peppinu Portas, da Tzia Severa e da tutti gli improbabili zii acquisiti che non erano certo nostri parenti ma a cui eravamo affezionati come se lo fossero, tanta era la confidenza che avevamo nei rapporti “commerciali” di ogni giorno senza carrello, senza fila alla cassa, senza offerte speciali, ma non ci sarebbe comunque mancato il necessario per vivere al meglio questa quarantena fra le quattro mura.
Quarant’anni fa, le differenze con le comodità di oggi avrebbero forse reso ancora più duro questo isolamento, ci avrebbero fatto mancare soprattutto il controllo delle notizie che invece oggi ci bombardano in continuazione.
Ci saremmo sentiti forse più isolati, lontani e in balia del nostro destino più di quanto lo siamo ora, ma allora come oggi, sarebbe tornata l’ora legale, in Sardegna come nel resto del mondo dove ormai il virus dilaga, anche con un’ora di luce in più che non possiamo goderci come vorremmo e allora come oggi avremmo dato qualsiasi cosa per sentire dalla finestra un messaggio a tutto volume dai megafoni del municipio, che ci annunciasse finalmente la fine di questa lunga ed estenuante quarantena.

Commenti

Commenta con Facebook