Ottobre 26, 2020

Gonnos ai tempi del Coronavirus – Capitolo 12

Gonnosfanadiga – Sardegna – Italia – zona rossa COVID-19 
venerdì 27 marzo dell’anno duemilaventi
diciottesimo giorno di quarantena
 
L’abitudine è una cosa strana, silenziosa, subdola e lenta. Si insinua in noi quotidianamente nei gesti ripetitivi, nel susseguirsi delle azioni, nelle frasi, nei modi di fare, perfino nel panorama che vedi la mattina quando ti affacci dal balcone e che ormai è diventato lo stesso da settimane.
L’abitudine è qualcosa che annoia, che ci spinge a cercare di cambiare, a trasformarci, a inventarci cose nuove per provare ad abbandonarla.
L’abitudine si sta insinuando piano piano nelle nostre vite e radicando in questi giorni di isolamento.
Ci stiamo abituando a uscire di casa solo per necessità estreme, ci stiamo abituando a mettere la mascherina, a stare ad un metro l’uno dall’altro, a non entrare in un negozio se già ci sono due persone, a passeggiare col cane entro i 200 mt da casa e addirittura a calcolare se i 200 mt sono giusti sia che camminiamo in linea retta o a zig zag.
Ci stiamo abituando perfino al silenzio delle strade vuote, quasi dimenticando com’erano quando la gente camminava liberamente, i primi giorni ci sembrava strano, ora che ne sono passati quasi venti ci sembra normale.
Siamo stanchi, un po’ annoiati, nervosi e suscettibili; ogni giorno che passa in quarantena, sentiamo sempre più lontana la libertà che abbiamo perso, gli amici che non possiamo più vedere, il nostro lavoro come lo intendevamo prima dell’emergenza, il susseguirsi dei giorni, il week-end e perfino il meteo.
Passiamo silenziosamente giornate troppo simili l’una all’altra aspettando che tutto finisca, anche se siamo tutti consapevoli che non c’è una data precisa in cui questo finirà, ma aspettiamo, silenziosamente, quasi senza lamentarci, perché ci stiamo facendo l’abitudine.
Ricordo che da piccolo, come d’altronde capita un po’ a tutti i bambini, non mi veniva facile adattarmi alle novità, ma lo facevo in silenzio e il mio stato d’animo cambiava piano piano. Quelli che hanno superato i quaranta come me e hanno fatto l’asilo dalle Suore, ricorderanno bene quell’ambiente e le abitudini di quella scuola. All’inizio non lo sopportavo proprio: l’ingresso con i mobiletti bassi per appendere il cappotto ad esempio: sulle grucce nessun nome, ma in ognuna un contrassegno colorato (credo di ricordare che il mio avesse un triangolo e un rettangolo intersecati) all’inizio era davvero difficile ricordare quale fosse il tuo, tanti erano i disegnini e tante le grucce, ma piano piano lo riconoscevi e andavi a colpo sicuro, ci facevi l’abitudine.
Levato il giubbotto sfoggiavi timido il tuo grembiulino bianco e anche li, cucito da mamma lato cuore, era presente lo stesso disegnino.
Entravi nel grande salone, ti accompagnavano in classe e anche li, una piccola sedia verde dove compariva di nuovo il tuo coloratissimo disegnino geometrico, non ti andava tanto di restare seduto, ma guardavi gli altri, li vedevi fermi in silenzio con le gambette che andavano avanti e indietro sul bordo della sedia, magari l’istinto di alzarti e andare a giocare liberamente cercava di impossessarsi di te, ma bastava incontrare lo sguardo severo dietro gli occhiali spessi di suor Colombina per lasciar perdere e stare attaccato al tuo contrassegno. Piano piano ti abituavi anche a quello.
Arrivava la pausa per il pranzo, tutti insieme in sala mensa, magari ti eri portato dietro da casa un fazzoletto o una tovaglietta, sempre rigorosamente col tuo contrassegno. Finivi di mangiare e dritto in bagno, in fila, a lavare i denti  con in mano il tuo spazzolino e il dentifricio alla fragola o alla banana di Paperino’s:
finalmente qualche disegnino originale, pensavi, ma dopo aver lavato i denti dovevi asciugarti ed ecco che nell’angolo del tuo asciugamano compariva di nuovo il tuo affezionato contrassegno colorato.
Dopo qualche settimana, tutto veniva in automatico: trovare la gruccia, trovare la sedia, tenere in ordine le tue cose, sapere dove trovarle; eri diventato talmente bravo ad individuare il tuo contrassegno e a riconoscere quello degli altri che capivi a prima vista dall’asciugamano di un bambino se apparteneva alle primule o ai bambini gioia, a anche quando ti guardavi nel piccolo specchio del bagno dell’asilo, a momenti scambiavi la tua faccia per un triangolo verde o un rettangolo rosso.
Ma erano diventati gesti quotidiani e ormai ci avevi fatto l’abitudine.
Uno dei pochi momenti della giornata in cui ti sentivi un pochino più libero era quello in  cui si faceva ricreazione nel grande salone tutti insieme e si giocava con i trampoli, dei barattoli di plastica ai quali erano attaccati dei fili, o suonavi uno strumento: gli strumenti erano diversi, dalla chitarra al tamburo alla tromba, ma questi erano troppo pochi per poterne avere uno ciascuno e ai più sfigati, la maggioranza, toccava suonarne uno molto rudimentale fatto da un bastone con dei chiodi piantati con dei tappi in mezzo che si suonava a mo’ di tamburello, le Suore la chiamavano “la frusta” ed era qualcosa di simile a quelle in questa foto:

Potrei contare sulle dita di una mano le volte in cui mi sia capitato in mano un tamburo o una trombetta, ma alla frusta ci avevo fatto l’abitudine tanto quanto al contrassegno sul grembiule. 
Il momento dello svago era talmente atteso che molti di noi bambini non potevano trattenersi da schiamazzi e corse e, se esageravi, non importava che ti beccassero Suor Colombina, Suor Rosanna o Suor Efisia, tutte avevano lo stesso identico modo di metterti in punizione: potevi essere il bambino più buono del mondo ma prima o poi ti toccava stare faccia verso il muro a contare i quadratini colorati. 
Già perché le pareti erano ricoperte di piccole mattonelline quadrate bianche, come un mosaico e qua e là, di tanto in tanto, un quadratino verde, uno rosso, uno giallo e così via, in ordine sparso, davvero pochi rispetto alla marea di quadratini bianchi ma davvero tanti se qualche volta ti toccava metterti a contarli per punizione mentre il resto dei bambini continuava a giocare. 
Era una punizione semplice, tanto noiosa per un bambino, ma anche a quello, piano piano ci avevi fatto l’abitudine.
Un po’ come ci stiamo abituando a queste giornate fredde di marzo, un freddo che non si ricordava da anni in questa stagione, un freddo che fortunatamente resta fuori dalla porta ora che ce ne dobbiamo stare per forza chiusi al caldo delle nostre case.
I contagi sono aumentati ma pare, o perlomeno si spera, che ci sia una leggera flessione verso il basso o che comunque l’aumento non sia esponenziale come nell’ultimo periodo:
 
 
In questi giorni è aumentato il freddo, il nervosismo, le sanzioni se non rispetti le regole e non stai chiuso in casa, ma ci stiamo facendo l’abitudine: stiamo buoni seduti nelle nostre case, con i nostri cappotti appesi alle grucce ormai da venti giorni, con le nostre noiose abitudini quotidiane ormai assodate, le lezioni dei bambini in videoconferenza e quelle dell’istruttrice di palestra via Skype, con la nostra passeggiata limitata nel raggio di 200 mt da casa e con quella strana e irrequieta tentazione di continuare a passeggiare anche oltre, con la stessa sottile paura che avevi un tempo, che una Suora ti mettesse in punizione a contare i quadratini colorati.
 

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