Luglio 10, 2020

Gonnos ai tempi del Coronavirus – Capitolo 11

 
 
Gonnosfanadiga – Sardegna – Italia – zona rossa COVID-19 
martedì 24 marzo dell’anno duemilaventi
quindicesimo giorno di quarantena
 
La quarantena è diventata una continua rincorsa stando chiusi in casa.
Sembra che la maggior parte di noi non se ne accorga, eppure è così.
Abbiamo l’illusione di avere rallentato e invece continuiamo a correre, anche dentro casa, in pochi metri quadri.
Ci sembra che il mondo si sia fermato, che tutte le grandi metropoli finalmente abbiano abbassato il ritmo frenetico che cadenzava i giorni prima dell’arrivo del virus, che New York come Hong Kong, come Madrid, Londra, Roma e tante altre città siano improvvisamente vuote e senza vita ed effettivamente è così, tutto si è fermato, tutto…tranne noi.
Se ci pensate bene, passiamo la maggior parte del tempo chiusi tra le quattro mura domestiche, costretti a non uscire a non poter passeggiare, a non poter vedere le persone che amiamo, ma la cosa più importante è correre.
Corriamo tra le notizie, cerchiamo di distinguere quelle vere dalle bufale, ci rifugiamo in un post su facebook che sembra aprire uno spiraglio verso un nuovo metodo per guarire dal virus, lo prendiamo per buono ma dopo cinque secondi c’è qualcuno che lo smentisce; attacchiamo questo o quello perché sono andati in giro fregandosene delle nuove regole, ce la prendiamo con lo stato perché affronta male l’emergenza, noi avremmo fatto meglio; giriamo all’amico l’ennesimo video ironico sul virus, ne riceviamo un altro e lo rigiriamo nuovamente in un continuo interminabile e frenetico rincorrersi di messaggi.
Respiriamo un attimo per cucinare e mangiare qualcosa e poi di nuovo dietro l’affannosa ricerca di qualche notizia che magari ci faccia sperare in una fine più vicina di questa lunga quarantena che, in realtà, è arrivata solo al quindicesimo giorno ma che ci sembra un’eternità.
Passiamo le giornate a fare la conta: contiamo chi è sano, contiamo i nuovi contagi, contiamo chi è guarito, contiamo i morti.
Siamo diventati un po’ cinici, o forse lo eravamo già, prendiamo le misure, cerchiamo di capire chi colpisce davvero questo virus, se davvero si muore o se muoiono solo gli anziani e quelli che hanno malattie pregresse, perché se muoiono tutti è un conto, se invece muore solo chi ha già problemi invece…
se si è concentrato solo nel nord Italia forse è perché lì c’è troppo inquinamento, qui da noi in Sardegna l’aria è più pulita e il clima più mite quindi forse noi ci salviamo, che poi i contagi sono soprattutto a Sassari e nel nord e poi si concentrano tra gli operatori degli ospedali, ah beh allora…
Però è arrivato anche a San Gavino, ma anche a Guspini e se poi dopo tocca anche a Gonnos!? Fammi chiudere bene la porta a doppia mandata.
Non ce ne accorgiamo ma è proprio così.
Stando chiusi in casa stiamo diventando più freddi, più cinici e più calcolatori, forse perché la paura ti mette con le spalle al muro, ti offusca la vista e i sensi e rischi di non vedere più in là del tuo naso.
Eppure più in là del tuo naso la vita continua e ha tutto un sapore diverso, fatto di solidarietà, come quella di tanti Gonnesi che si aiutano tra loro. si ingegnano per fabbricare mascherine e dare una mano come possono a chi lotta in prima linea in ospedale; un sapore fatto di sentimenti, di lontananza che non riusciamo a colmare, di libertà soppressa e di desideri che, man mano che questa quarantena continua, crescono dentro di noi, cancellano i mille calcoli e ci fanno tirare fuori le doti migliori e più nascoste che finora non pensavamo di avere e questa trasformazione, questa crescita interiore anche se lenta, anche se nascosta tra le corse frenetiche tra le news e i post sui social, tra la paura e la speranza, è quella a cui ci dobbiamo aggrappare con tutte le nostre forze ora che la vita ha messo tutto il mondo di fronte ad un ostacolo comune da superare.
E tra la paura e la frenesia che non ci lasciano respirare e cogliere davvero a pieno il senso profondo e riflessivo di questo momento, di tanto in tanto, improvvisi quanto inaspettati, affiorano i ricordi.
Nei momenti della giornata in cui si riesce davvero a spegnere tutto, a dimenticare
per un attimo quello che ci circonda, magari mentre fai la tua passeggiata quotidiana godendoti fino all’ultimo cm quel raggio di 200 mt che ti hanno concesso intorno a casa tua, immerso nel silenzio assordante delle strade deserte del tuo paese, riaffiorano prepotenti e nostalgici i momenti passati.
E ti ritrovi in una via Porru Bonelli lunga, buia, ammutolita dal virus e dall’ennesimo decreto e ti viene in mente che fra qualche giorno arriverà Aprile e con lui anche Pasqua, forse, se non annullano anche quella.
E più pensi a queste cose più la tua mente viaggia a ritroso e il rettifilo piano piano si tinge dei colori del passato, e piano piano compaiono una dopo l’altra decine di bancarelle colorate, una col torrone e le noccioline, una con le cassette di Benito Urgu, una con i giocattoli della tua infanzia, con i palloni Super Tele appesi, con la Barbie e l’ultimo robot del tuo cartone preferito; la bancarella dei tappi di legno che potevi girare per vincere un pupazzo o le rane da pescare con la canna per portare a casa il pesciolino rosso; il gioco delle biglie in buca e dei cavalli che avanzavano più velocemente se riuscivi a fare centro più volte consecutive, il punching-ball, l’autoscontro di Cavasino e i dischi volanti, che in quegli anni dovevi fare la fila per salirci e aspettare per un sacco di tempo il giro tanto desiderato.
E mentre salivi nell’ultimo pezzo del rettifilo, lì tra il cancello del campetto di Don Spada e la porta dell’oratorio, ogni anno nel solito identico posto, c’era una ruota, la ruota della fortuna di Tziu Anselmu.
Era una ruota di legno, con tanti chiodi piantati nella circonferenza, tanti quanti erano i premi in denaro da poter vincere, e per ogni spazio nel raggio del cerchio c’erano attaccati degli adesivi con i soldi, di quelli fac-simile che trovavi nelle buste a sorpresa delle edicole; al centro un lungo braccio fisso con alla fine una linguetta di plastica che, quando la ruota girava, ticchettava frenetica e chiassosa tra i chiodi per poi rallentare e fermarsi su un numero e sulla relativa somma vinta.
Era un gioco d’azzardo fatto in casa, una roba per attrarre l’attenzione dei più ingenui (noi ragazzini lo eravamo eccome) e spillare qualche lira a questo o quel malcapitato, salvo poi scomparire alla prima vista di qualche vigile.
Una cosa tipo il gioco delle tre carte e a dirla tutta, ogni tanto Tziu Anselmu si cimentava anche in quello.
Noi ragazzini uscivamo per la festa, magari con 5000 lire in tasca (i più fortunati 10), un giro sull’autoscontro, uno ai dischi, un tiro alle rane e poi magari ti restavano in tasca quelle 1500/2000 lire e tu giravi e rigiravi per cercare di spenderle al meglio e non sprecarle perché erano le ultime della festa.
Ci provavi a non buttarle via ma alla fine, tornavi sempre lì, da quella vecchia ruota in legno col suo suono da “strocciarana” (strumento tipico in legno di canna che imita il “cra cra” delle rane. Nota per chi non mastica il dialetto gonnese) che ti tirava a sé con un non so che di rischioso e affascinante al tempo stesso: aspettavi che qualcuno provasse a puntare (di solito qualche complice n.d.r.) e proprio quando stavi per decidere di lasciar perdere e optare per un Super Tele alla bancarella di fianco, Tziu Anselmu incontrava il tuo sguardo e diceva “aioh! bollis provai!?”.
E li cedevi, tiravi fuori le 2000 lire, puntavi sul tuo numero fortunato e la ruota cominciava a girare, prima velocemente, poi sempre più lenta, fino a fermarsi inesorabilmente sull’ultimo numero sul quale avresti mai puntato.
Tziu Anselmu sorrideva sornione, intascava le 2000 lire e mentre in cielo cominciavano a scoppiettare i fuochi d’artificio e tu rimuginavi sul Super Tele che avresti potuto comprare se non avessi buttato quei soldi, era finita la festa ed era ora di rincasare.
Ricordo che molti anni fa, mio padre comprò un vecchio rudere vicino a casa. Quando abbiamo tirato fuori tutta la roba che c’era ancora dentro, prima di buttarlo giù, in un angolo abbandonata chissà da chi e come mai proprio in quella casa, abbiamo ritrovato quella vecchia ruota di legno mangiata dai topi e resa ormai quasi irriconoscibile dall’usura del tempo, funzionava ancora.
Dopo averla girata e rigirata, abbiamo notato un meccanismo nascosto sul fondo: una piccola leva che veniva manovrata all’occorrenza e che faceva rallentare la ruota al momento opportuno e fermare la linguetta sul numero desiderato.
E’ stato lì che ho realizzato che fosse tutto un bluff e mentre me ne rendevo conto ho immaginato Tziu Anselmu ormai passato a miglior vita, che se la ridacchiava chissà da quale angolo di cielo.
Rimuginando su questi ricordi, ho sperato che la vita dopo questa quarantena sia un po’ come quei giorni passati a passeggiare tra le bancarelle in un rettifilo di nuovo pieno di persone che si godono la festa e tutto magari sia migliore di ora; forse ne usciremo trasformati e finalmente cambiati in meglio, magari riusciremo a vivere senza più farci incantare da tutto ciò che ci ha resi finora schiavi di promesse subdole. Un pò come quella vecchia ruota della fortuna che prometteva ricchi premi ma per quanto fosse pittoresca e sia rimasta nei miei ricordi, era solo un bluff…
Un po’ come la vita frenetica prima della quarantena, piena di false illusioni, di affari, di soldi e di pochi veri valori ormai quasi dimenticati che ora forse siamo pronti a riprenderci.
 

Commenti

Commenta con Facebook