Luglio 5, 2020

Gonnos ai tempi del Coronavirus – Capitolo 5

Gonnosfanadiga – Sardegna – Italia – zona rossa COVID-19 
sabato 14 marzo dell’anno duemilaventi
Quinto giorno di quarantena.
 
 
Oggi era sabato e il sabato, si sa, è il giorno delle passeggiate per antonomasia.
Stamattina il paese era di nuovo popolato di persone o almeno questa è l’impressione che ho avuto io  che, come tanti,  di solito la mattina sono chiuso in ufficio a lavorare e non sono assolutamente consapevole del fatto che esista una vita che scorre al di fuori di quello, anche durante questa quarantena.
Sono uscito anche io, lo ammetto, Signor Giudice, sono colpevole di aver messo il naso fuori di casa (peraltro senza mascherina) per andare a comprare pane e verdure, ma non l’ho fatto per me, l’ho fatto per portare il cibo alla mia famiglia, lo giuro.
Oddio, ammetto che quando mia moglie mi ha fatto presente che non c’erano pane e verdure in casa non ha fatto a tempo a terminare la frase che ero già in strada, ma l’ho fatto davvero per necessità; necessità di mangiare pane e verdure, necessità di mettere un piede fuori casa, necessità di sgranchirmi un pochino le gambe, di scambiare due parole con i miei amici della panetteria a un metro di distanza e di rendermi conto che ancora esiste un mondo al di fuori delle quattro mura, anche se quel mondo è un angolino sperduto del medio campidano dove in questo periodo la gente, che prima il sabato avrebbe dato un rene per starsene tutto il giorno sul divano a guardare la tv, ora ha un improvviso, irrefrenabile e incontenibile bisogno di vagare per le strade di Gonnosfanadiga.
L’ho fatto davvero per necessità, come tutte le persone che ho incontrato stamattina a distanza di un metro l’una dall’altra.
La stessa necessità che ha spinto ieri il mio vicino di casa a farsi prestare il mio Labrador per farsi anche lui due passi.
La stessa necessità che ha spinto anche mio cugino a chiedermelo per dieci minuti per provare a vedere se le sue gambe funzionavano ancora.
La stessa necessità che me lo ha fatto prestare anche ad un mio amico che non vedevo da secoli ma che, chissà come mai, ha deciso di venirmelo a chiedere subito dopo che ha scoperto che ne avevo preso uno.
E così Signor Giudice, mi trovo ora con un sacco di amici e conoscenti che hanno un sacco di necessità, e soprattutto con un cane che appena rientrato a casa si è buttato stremato sul tappeto implorandomi fra mille guaiti di non farlo più uscire.
È così, stiamo tutti un po’ impazzendo Signor Giudice, forse perchè ci stiamo rendendo conto piano piano che le vere necessità non erano quelle che prima pensavamo fossero importanti, come avere l’ultimo modello di TV Led o l’abbonamento a Sky a tutte le partite di serie A, la macchina nuova o ancora meglio il mega SUV con il quale poter andare in campagna o salire sul Linas salvo poi non avere lo spazio per poterlo parcheggiare; o ancora avere un super smartphone col quale mandare video e messaggi a tutti i nostri amici e condividerle sui social e con il quale farci mille selfie dentro la nostra camera o al ristorante o in discoteca il sabato sera, quando esisteva ancora un sabato sera.
Ora tante di queste cose che ritenevamo importanti non le abbiamo più, ce le hanno tolte speriamo ancora per poche settimane, ma in pochi giorni ci siamo ritrovati ad avere la TV Led di ultimo modello senza poter più guardare le partite perchè il campionato è stato sospeso, i programmi sono sempre più registrati perchè chi li conduceva ora è a casa per paura del virus. I nostri smartphone sono ancora pieni di selfie ma le foto sono monotone perchè fatte sempre tra le mura domestiche e francamente ci siamo rotti anche le palle di passare il tempo ad inviarle a tutti i nostri contatti insieme ai video ironici su questo maledetto virus.
E i SUV e le macchine nuove!? Di quelle meglio non parlarne dato che possiamo prenderle solo per andare a lavoro e la maggior parte di noi lavora a due passi da casa, in compenso ora ci sono un sacco di parcheggi liberi.
Quello che vorremmo davvero signor giudice è tornare per strada come facevamo prima, stringerci la mano e sorriderci a meno di un metro di distanza, essere liberi di uscire di casa per berci una birra o un caffè in uno dei mille bar del nostro piccolo paese, prendere per mano i nostri bambini e portarli a correre in piazza o in uno dei parchetti coi giochi scassati che tanto criticavamo fino a qualche settimana fa e soprattutto, passeggiare di nuovo su e giù dal rettifilo come si faceva una volta senza la paura che qualcuno ci fermi e ci dica che siamo a rischio denuncia e che dobbiamo tornare subito a casa.
Ecco Signor Giudice, questo è il quadro della situazione, io come tanti altri non siamo stupidi, ci rendiamo conto benissimo del pericolo che incombe sulle nostre vite e su quelle delle nostre famiglie e stiamo facendo tutto il possibile per trattenerci in casa senza mettere in pericolo la nostra vita e quella degli altri, ma se ogni tanto mettiamo il piede fuori, cercando di mantenere tutte le distanze del caso, di non toccare gli altri, lavandoci le mani appena rientriamo e coprendoci naso e bocca col gomito se ci viene da starnutire, magari tirando fuori la scusa del cane o del pane e della verdura, non è perchè siamo scellerati e non abbiamo capito quanto sia pericoloso questo virus, ma perchè ci siamo resi conto in poco tempo che la nostra libertà vale tanto quanto la nostra salute.
Ora lascio la scrivania e faccio due passi fino al divano e dopo a letto Signor Giudice.
Spero non me ne voglia per questo piccolo sfogo in questo più unico che raro momento della storia dove tutti ci troviamo in pericolo e  siamo terrorizzati da ciò che sta accadendo intorno a noi.
L’ho fatto per necessità, non ho bisogno di sentirmi ancora ripetere che devo restare a casa e uscire solo per la spesa e il minimo indispensabile, non ho più bisogno che me lo ricordi nessuno perchè l’ho già sentito mille volte e so benissimo che devo rispettare le regole, quello che voglio ora è solo qualcuno che mi dica quello che tutti ripetiamo continuamente ai nostri bambini e che gli abbiamo fatto scrivere con lettere colorate su fogli, muri e mattonelle di casa, vorrei solo sentirmi dire davvero che “tutto andrà bene”.

Commenti

Commenta con Facebook