Luglio 5, 2020

Gonnos, ai tempi del coronavirus – Premessa

Ci sono momenti della vita che scegli di vivere in un certo modo, dipendentemente da come ti senti di affrontare determinate situazioni, dal tuo stato d’animo da come ti va di stare e altri che invece, per un motivo o per un altro, scelgono autonomamente di trasformare le tue giornate, di dettare i tuoi ritmi e di costringerti a vivere in modi che mai avresti pensato .
Il periodo che stiamo vivendo è davvero un periodo particolare, un periodo che, volenti o nolenti ci segnerà per sempre, come tutti i periodi in cui gli eventi sono talmente importanti e clamorosi che sono loro che comandano e tu non puoi fare altro che adeguarti alla loro forza.
Il COVID-19 è piombato sulle nostre vite all’improvviso, senza che nessuno lo avesse invitato, prima in sordina e poi sempre più in primo piano, fino ad occupare tutte le prime pagine dei giornali, dei notiziari e di tutti i discorsi quotidiani a lavoro, in famiglia o con gli amici.
Per farsi più strada nelle nostre vite e per essere ancora più in contatto con le persone, ha anche preso un nome più amichevole, “Coronavirus” lo chiamano, così da perdere quel suo aspetto particolarmente serio e abbottonato e rendersi più vicino e familiare anche a chi non mastica termini medici.
È la prima volta nell’era moderna che ci troviamo ad affrontare un’emergenza simile e, nel bene o nel male, questa pandemia lascerà un solco profondo nelle nostre vite e nella storia di questo pianeta.
In questi giorni riflettevo proprio su questo particolare periodo storico e sul fatto che quando tutto sarà finito (speriamo prima possibile), magari fra vent’anni ci troveremo a raccontarne ai nostri figli o ai nostri nipoti, un po’ come già capitato con altri eventi come il disastro di Cernobyl, quando nel lontano Aprile dell’86 ci trovammo a dover far fronte ad una minaccia nucleare; “ci invitavano a stare in casa e non si poteva bere il latte”, o almeno questa era la principale percezione del disastro di chi come me allora aveva appena 10 anni e questo è il sommario racconto che mi capita di fare ai miei figli quando cerco di rapportare questi giorni particolari a quell’evento di tanti anni fa.
È proprio partendo da questa riflessione che ho pensato che, tra la marea di notizie e di documenti che si potranno leggere fra vent’anni su questo 2020, non sarebbe male trovare una traccia di ciò che accade in questi giorni anche nel nostro piccolo paese che, tra mille difficoltà, in un angolino un po’ dimenticato della nostra penisola, si trova ad affrontare l’emergenza “Coronavirus” come tanti altri piccoli centri della nostra Italia.
E allora credo che sia il caso di tenere un piccolo diario di questi giorni a Gonnosfanadiga, mentre il virus incombe sulle nostre vite e ci costringe a stare barricati nelle quattro mura di casa di un piccolo paese sperduto nel sud Sardegna. Con la speranza di rileggere queste pagine fra qualche decennio ricordandole come un piccolo grande incubo lontano dal quale siamo usciti, chi più chi meno, con qualche ferita ma con un pò di esperienza in più.
Che siate lettori di questo strano, inverosimile e contagioso presente o i nostri avi futuri che andate in cerca di notizie del passato di questo piccolo sperduto paesino, vi invito a prendere le pagine che seguiranno senza nessun tipo di pretesa particolare, ma unicamente per quello che sono: un semplice diario di ciò che avvenne nell’anno duemilaventi a Gonnos, ai tempi del Coronavirus, con la speranza che questo diario duri il più breve tempo possibile e che venga riletto come il ricordo sbiadito di un passato lontano.

 

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