LA QUARESIMA AI NOSTRI TEMPI...


STROCI ARRANAS
I NONNI RACCONTANO

**Tratto da “Echi di vita parrocchiale” – Gonnosfanadiga
n. 3 – Marzo 1986
Ricerca eseguita dagli alunni delle classi IV A, B, C
Scuola elementare “Giovanni XXIII”


Al tempo dei nostri nonni la Quaresima iniziava il Mercoledì delle Ceneri e terminava il Sabato Santo, alle ore 10 del mattino, quando le campane suonavano a “Gloria”, per annunciare la Resurrezione di Gesù. Il primo giorno di Quaresima
e il Venerdì Santo erano rigorosamente d’obbligo, fin dall’età di sette anni, il digiuno e l’astinenza dalle carni. Molte persone, soprattutto gli anziani, osservavano l’astinenza per tutti i 40 giorni e si nutrivano solo di pane, frutta secca, verdure, legumi, baccalà e altri pesci. Qualcuno, nei giorni del Giovedì, Venerdì e Sabato Santo – giorni detti de “su trapassu” – faceva digiuno completo (si poteva bere solo acqua e mangiare un po’ di pane); la Chiesa, però, lo sconsigliava, perché poteva procurare gravi danni fisici.
Ogni anno veniva un sacerdote da fuori che faceva “su caresimali”, predicava cioè per tutta la Quaresima. In particolare faceva le lunghe e commoventi prediche della Settimana Santa. Qualche volta venivano anche i Missionari.
Ogni Venerdì, alle 15, in chiesa si faceva la “Via Crucis” in lingua sarda e si cantava ad alta voce: <<Mamma Reina de is doloris, prangiaus tottus cun Issa, o peccadoris>>.
La Domenica di Passione la chiesa veniva vestita a lutto, nessun fiore adornava l’altare; anche i Santi, nelle loro nicchie, venivano coperti con un drappo viola, che veniva tolto solo il Sabato Santo, quando le campane annunciavano la Resurrezione di Gesù.
Domenica delle Palme –Verso le ore 10 del mattino, si benedicevano le palme e i rami d’ulivo; poi si faceva una breve processione intorno alla chiesa e il sacerdote, dall’esterno, con la croce, batteva per tre volte il portone, che era stato chiuso, dicendo in latino: <<Aperìte portas>> (Aprite le porte). Questa cerimonia viene ricordata dagli anziani come “su potellittu e porta” (è evidente la ripetizione per assonanza , errata, dell’espressione latina – n.d.r.) o anche “Su solita e pota” o “Dolite pota” e rievocava l’ingresso di Gesù in Gerusalemme. In quel momento le campane suonavano a festa e le persone, rimaste a casa, con un bastone battevano tre colpi sulle porte. Durante la Messa solenne (Missa manna a tre predis) si cantava e si pregava in latino e in sardo. Il predicatore quaresimale, dopo la lettura del Vangelo “su passiu”, faceva una lunga predica.
Con le foglie delle palme benedette si faceva “su siddu”, che in segno di benedizione, veniva affisso sui portoni, sulle porte d’ingresso, sulle finestre, quelli più piccoli, invece, si legavano al rosario, agli attrezzi da lavoro, al fucile dei cacciatori e tutti i credenti ne tenevano sempre uno indosso. Una foglia di palma o un rametto d’ulivo benedetto si metteva anche sotto il materasso. I giovani regalavano la palma benedetta “molto ben lavorata” alla propria fidanzata.
La Settimana Santa era molto sentita dai Gonnesi che la trascorrevano in preghiera e in penitenza. Chi poteva, anche se non era solito andare in chiesa, assisteva, con fede e commozione, a tutte le funzioni religiose e si preparava per la Confessione; molti erano quelli che offrivano ai poveri olio, pane o altro.
In questa settimana si ripuliva la casa da cima a fondo; si preparava, con cura particolare, la farina per il pane e talvolta il formaggio fresco per fare “is pardulas”, dolci caratteristici della Pasqua. Le donne del vicinato si riunivano per fare il pane: “su scetti e su coccoi cun s’ou”, finemente lavorati con “sa serretta e su gottededdu”. Come dono  per i bambini si preparava “su coccoi cun s’ou” a forma di vari animali o di bambino.
Il pane, appena sfornato, veniva collocato in grandi “caisteddas” e ricoperto con rami di finocchio selvatico, che gli conferiva un aroma particolare. Cotto il pane, quando il forno era ancora caldo, venivano infornate “is pardulas”, dolci fatti con una sottile sfoglia di pasta, ripiena di formaggio e cosparsa di miele.
In chiesa le cerimonie più commoventi, a cui assistevano numerosi fedeli, avevano inizio di Giovedì Santo, con la liturgia de “s’uttima cena”, che si celebrava intorno alle ore 17. Durante la Messa il sacerdote, in segno di umiltà, lavava e baciava i piedi al più povero o ad un handicappato del paese. Dopo la lettura del Vangelo, in segno di lutto, non si suonavano più né l’organo, né la campanella, che veniva sostituita con “sa matracca” (uno strumento formato da un’asse di legno cui erano applicate delle maniglie, che battevano su grossi chiodi fissati sull’asse stessa, creando un rumore caratteristico) e con “su strocciarrà” (costituito da una canna con dentro una ruota dentata, di legno, che, girando, toccava una linguetta, anch’essa di canna, imitando il verso della rana). Dopo la Comunione il sacerdote portava il Ss.mo Sacramento a “su tumbu”, una cappella appositamente allestita, adorna di vasi di “nenniri” (grano fatto germogliare al buio, in modo da crescere quasi bianco) e con molti fiori e tutta chiusa da tendaggi, ove il Sacramento veniva lasciato sino al Sabato Santo. Di notte verso le 10, la gente ritornava in chiesa per un’ora di adorazione e di preghiera, detta “s’ora de s’Agonia”.
Venerdì Santo – Poiché, in segno di lutto, non si suonavano le campane, le funzioni religiose venivano annunciate da gruppi di ragazzi, che passano per tutte le strade del paese, suonando “sa matracca” e “Su strocciarrà”. In questo giorno non si distribuiva la Comunione né ci si confessava, perché <<in quel giorno si era confessato Giuda>>.
Di mattina si faceva la Via Crucis (sa Prufessoi de s’Addolorada) per le vie del paese, con la partecipazione di molti ragazzi e adulti. Ad ogni stazione, che si trovava all’incrocio delle strade, dopo le preghiere recitate dal sacerdote, i fedeli invocavano Gesù con questa preghiera: <<Signori, happu peccau, tenei pietadi de mei>>. Di pomeriggio, alle 15, in chiesa si rievocava la Passione e la morte di Gesù sulla croce “su scravamentu”, interpretato da personaggi veri; anche le figure femminili venivano interpretate da uomini. Per questa rappresentazione la chiesa era gremita di gente e tutti ascoltavano con serietà e viva emozione le parole del predicatore, che dal pulpito (sa trona) commentava le diverse scene.
Dopo “su scravamentu” – ormai era quasi buio – tutti partecipavano alla processione detta de “S’Interru de Gesusu”, processione nella quale si camminava celermente e precedevano i ragazzi che suonavano “su strocciarrà”. Gesù morto era seguito, ad una certa distanza, dalla Madonna, coperta da un velo nero, che cercava tra la folla, il suo Figliolo.
Al ritorno in chiesa, si collocava il Crocifisso dinanzi all’altare maggiore e tutti salivano a baciarlo e a deporre un’offerta in danaro.
Concluse tutte le cerimonie, era usanza rompere gli “strocciarrà”, battendoli sulla balaustra (sa barandiglia), ma conservando per l’anno seguente la rotella.
Sabato Santo – Sin dallo spuntar dell’alba si coglieva l’aria della festa vicina; ci si alzava presto per concludere le pulizie e le altre faccende domestiche, prima di recarsi in chiesa. Alle 10 del mattino, al momento del “Gloria” risuonavano, festosi, i rintocchi delle campane. Chi non si era recato in chiesa, spalancava porte e finestre e batteva con un bastone sui mobili, per allontanare dalla casa le tentazioni diaboliche.
In chiesa si benedicevano il fuoco, l’acqua e si accendeva il cero pasquale; al termine della cerimonia, si ritornava a casa e si aspettava il sacerdote per la benedizione.
Domenica di Pasqua – Grande gioia ovunque: le campane suonavano a festa, la chiesa era colma di fiori e la gente indossava gli abiti migliori per andare a Messa.
Molti giovani rendevano pubblico il loro fidanzamento (boganta sa coia in claru), uscendo insieme per la prima volta per andare in chiesa.
Quasi tutti i Gonnesi, da buoni cristiani, si accostavano alla Comunione; al rientro dalla Messa, ancora digiuni dalla mezzanotte precedente, secondo il precetto della Chiesa, mangiavano tre fettine di salciccia (po no nosci sa faiscedda); poi continuavano con un’abbondante colazione ( s’immurzada) a base di uova sode, salciccia, coccoi e vino. Dopo la colazione si usciva per partecipare alla processione de “s’incontru”. Quando c’era solo la chiesa di S.Barbara, Gesù e la Madonna, vestita a lutto, con un velo nero sul volto, passavano per due strade diverse, “s’impedrau” e Via Parrocchia e s’incontravano – come avviene anche oggi – in piazza, ove veniva tolto il velo della Madonna. Dopo la costruzione della chiesa del S.Cuore, la Madonna partiva da S.Barbara e Gesù dal Sacro Cuore; poi venivano accompagnati in chiesa dove veniva celebrata la Messa solenne. Prima che ci fosse la banda musicale, la processione era accompagnata da “is launeddas”, suonate da ZIU LOI ATZENI.
Molte famiglie si riunivano per il pranzo, molto abbondante dopo il lungo periodo di digiuno. Il pasto consisteva in una minestrina di brodo di pollo, con cui non doveva mancare il formaggio fresco (casu santu), solitamente regalato dai pastori; carne di capretto o agnello arrosto, verdure e pardulas, come dolce.

Poesie in sardo che si recitavano per la Santa Pasqua.

1) Deu seu andendi a bingiscedda mia e appu agattau sa ‘ia arromada;
appu domandau a chi c’ei passada
Nostra Signora cun su Fillu, avattu, Santu Giuseppe podi vai cumpangia, zippireddu e muta e cambas de obia.
Aundi est andendu, Signora mia?
Deu seu andendu in cicch’e Fillu mio.
Deu a Fillu bostru gei d’appu biu, andendu a monti monti
Cun d’una crusci de oru chi potada in fronti,
da deppia pottai, bandai, toccai is campanas de mari cun bonu dolori.
Beru ei ch’è motu Nostru Segnori?
Beru ei ch’è motu e beni interrau.
Una litteredda chi manti mandau
Beni scitta in cielu, beni scritta in terra.
Su sonu de sa trumbitta,
su sonu de sa cadena,
biva Maria de grazia plena.


2) Ostiedda Santa de oru cobau,
Ostiedda santa de oru e de scetti,
ca su babbu de Deus fiat Santu Giuseppi
e i sa mamma fiada Nostra Signora,
aiada fattu fillu, nasciu in bon’ora.
Pregai a Deus cun tottus is avvocus,
<<No pongiai menti a is peccaus nostus>>!
Ca tottu su mundu ad a beni abrusciau,
ad a beni abrusciau de fogu e de pramma.
Po ammori de sa mamma su Fillu e’ torrau.




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